La democrazia non si genera dalle leggi approvate dal Parlamento se non è già nella testa del cittadino, che quelle leggi deve chiedere e controllare che siano correttamente applicate"

di Matteo Vecchio

Liceo Classico Statale "Carlo Alberto" Novara

vincitore terzo premio concorso per il Decennale di ASTREA

 

L'imposizione a priori di una legge la quale non rifletta l'esperienza del consorzio civile e che quindi sia astrattamente posta in essere dal Parlamento, e' sicuramente erronea. E' invece essenziale che il "senso", il "sentimento" di una legge sia "in nuce" nella mente del cittadino, essendo innato, nell'uomo, l'anelito all'elaborazione di norme che regolino il vivere comune.
Si potrebbero, in tal senso, citare i filosofi contrattualisti, quali Locke, Hobbes, Spinoza, Rousseau; si potrebbe, per dimostrare l'asserzione iniziale citare inoltre l'antico ma quanto mai attuale Aristotele, secondo cui l'uomo esplica mirabilmente la propria umanità solo all'interno di una comunità (e il concetto è ripreso da Dante, che nell'VIII canto del Paradiso, ai vv. 115-116  fa dire a Carlo Martello: "Or di': sarebbe il peggio /per l'uomo in terra, se non fosse cive? "). Ma, affermato questo postulato, e' necessario porre in essere un "patto" che sia alla base della convivenza tra gli individui, i quali cedono il proprio egoistico potere in mano ad un sovrano (non necessariamente "uno", ma inteso quale organismo politico direzionale scelto democraticamente dal popolo stesso); essi perdono, dunque, parte della propria libertà, ma acquisiscono sicurezza, perché vengono tutelati nell'esercizio dei propri diritti. Il sistema liberale-democratico e' tutto qui: esso però, essendo costituito da cittadini necessita di regole universali. Sarebbe sterile discutere circa le posizioni filosofiche del nostro secolo sulla democrazia, da Popper in poi; la questione della scelta di una legislazione che risponda alle necessità del cittadino deve prescindere, a mio giudizio, da tali diatribe, perché distanti dai reali bisogni del cittadino stesso.
Ne' la biologia, né la psicologia, né la sociologia hanno mai appurato se, a priori, l'uomo avverta come innato, in sé, l'anelito alla democrazia e alla liberta,' quella libertà che è pure suo diritto inalienabile. Tuttavia , si può parlare di democrazia solo se tutti gli individui di una società civile sono consapevoli di quali vantaggi e di quali doveri essa comporti. Che sia un'utopia ritenere che possa esistere ai mondo una democrazia perfetta, in cui si osservi la perfetta eguaglianza di ogni cittadino, è assodato; ma, come, dunque, "vivere" la democrazia? come rapportare la nostra individualità ad essa?
Egoisticaniente (o, meglio, umanamente) l'uomo è portato a salvaguardare la misera aiuola del proprio "particulare", arroccandosi dietro l'amara constatazione secondo cui ciò costituirebbe un malcostume che supera i limiti nazionali e che è comune a tutte e società, da quelle più arretrate a quelle più evolute, e sfonda anche le barriere spazio-temporali. Lungi dall'avallare la concezione (hegeliana e poi mutuata in ambito nazifascista) corporativistica dello stato, la quale porterebbe ad un pericoloso soffocamento della dialettica sociale (e al conseguente accentramento del potere in mano ad una élite dì regime), è possibile tuttavia affermare che un'esagerata dialettica in ambito sociale porti allo scardinamento della democrazia. Al di là di concezioni liberali, le quali affermano l'eguaglianza giuridica ma non politica, è bene notare nella verticalizzazione gerarchica del sistema corporativista, che all'interno di esso si alzavano aliti di protesta e di anarchia che minavano alla base la presunta, ma in realtà inesistente democraticità di tale sistema.
Dunque, constatata l'inattuabilità del sistema corporativista, resta l'interrogativo: la democrazia vera deve essere imposta dall'alto o accettata dal cittadino come categoria essenziale dell'uomo? La risposta e' scontata. Non si può prescindere dal fatto che tutti gli uomini siano uguali. E ciò non sulla base di astruse formule scaturite in seno all'Illuminismo ed alla Rivoluzione Francese -la quale ha avuto, secondo una certa storiografia, il paradossale risultato di generare tutti i totalitarismi del Novecento-, ma in base alla constatazione della fondamentale uguaglianza biologica di tutti gli uomIni.
Tuttavia molti paradossi si insinuano nel sistema democratico. Non bisogna prendere come pretesto la democrazia per soffocare l'individualità di ogni uomo; e' inoltre vero che molte ingiustizie vengono perpetrate, in ambito democratico, dagli stessi organi giudiziari che dovrebbero tutelare il cittadino. Mi riferisco al malcostume purtroppo non solo italiano di un certo asservimento della giustizia al potere, di una certa consapevole sottomissione di una parte della magistratura ai cosiddetti "intoccabili". Queste palesi ingiustizie vengono avvertite dal cittadino come uno schiaffo ai principi democratici; di conseguenza subentra in lui uno scoraggiamento, che lo porta a denigrare la democrazia stessa e a non sottomettersi più ad essa. Si instaura cosi un circolo vizioso: il cittadino si allontanerà sempre di più dalla democrazia, dal senso stesso della democrazia, regredirà ad uno stato di ferale egoismo, tenderà a farsi giustizia da solo, non sentendosi più tutelato da una democrazia in cui qualcuno e'
più "uguale" di un altro.
Tra democrazia e cittadino deve invece instaurarsi un circolo "virtuoso", e tale
"virtuosità" deve sgorgare dall'una per rifluire nell'altro e viceversa. In poche parole, un buon sistema democratico esige che capillarmente le leggi siano rispettate da tutti, e da tutti e a tutti fatte rispettare. Ogni legge deve rispondere a esigenze dei cittadini; e la democrazia germina dall'incondizionata accettazione delle leggi da parte del cittadino, che deve quindi essere fortemente motivato a sottomettersi ad esse dal perfetto funzionamento del sistema democratico. Qui sta l'essenza della democrazia. Il cittadino -sempre che si verifichi questo circolo "virtuoso" di perfetta trasparenza tra cittadino e democrazia e che il cittadino sia consapevolmente in esso inserito e di questo soddisfatto e motivato senza riserve- deve dunque chiedere che le leggi siano applicate, non solo in nome di un egoistico interesse- ritorna sempre a galla l'intrinseco egoismo della natura umana - ma anche in nome di un interesse collettivo. Il cittadino, se vuole che le leggi siano applicate, deve rivolgersi alle istituzioni a questo preposte: ciò richiede l'imparziale efficienza di tali istituzioni. Anche in questo caso si può instaurare un circolo vizioso (se le istituzioni non funzionano, ciò viene oggettivamente avvertito dal cittadino, che quindi sarà sfiduciato e tenderà al proprio "particulare", disinteressandosi dell'esigenza anche sua propria di far applicare le leggi), sia uno "virtuoso" (se le istituzioni funzionano, il cittadino sarà invogliato a rivolgersi ad esse e sarà spinto quindi ad applicare e a far applicare le leggi in nome della democrazia).
L'esigenza del cittadino di far applicare le leggi non si esplica solo ad ampi livelli, ma anche a livelli, per cosi dire, più bassi, in quegli ambiti (penso soprattutto alle riunioni condominiali) in cui anche il più onesto dei cittadini tende a farsi giustizia da sé. Certo l'antico e sempre valido "buon esempio" deve venire dall'alto, dalla politica, dai politici stessi che, essendo purtroppo remota l'epoca in cui i filosofi ambivano a governare il mondo, dovrebbero farsi portavoce e propugnatori delle più nobili istanze democratiche. Ciò, purtroppo, in gran parte del mondo non accade ancora.

 

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