ing. Lorenzo Brezzi

una testimonianza

Da: Silvia Brezzi
A: enrico.camaschella@msoft.it
Data: marted́ 14 aprile 1998 11.55
Oggetto: per Astrea: la Fornace Bottacchi: un saluto da chi c'e' stato

Qualche giorno fa ho visto per caso su Internet i documenti che riguardano le iniziative di Astrea a favore della ex-fornace Bottacchi, delle quali ero solo parzialmente al corrente, tramite mia zia, la Dott.ssa Emiliana Brezzi, attuale proprietaria ed abitante dei fabbricati di via Garrone, facenti parte anch'essi un tempo del complesso Bottacchi.
Quando avevo 15 0 16 anni mio padre (quell'ing.Lorenzo Brezzi che gia' allora scriveva al Comune di Novara a proposito dei ruderi), mi porto' fra le erbacce a visitare l'area della fornace abbandonata. Ricordo qualcosa delle alte ciminiere, i manufatti di terracotta che trovammo per terra, ma soprattutto la sua malinconia. Papa' mi disse: vedrai: qui butteranno giu' tutto.
Credo che orami rimanga ben poco di quel che vidi da ragazzina. Devo anche dire che finora mi sono del tutto disinteressata dell'argomento, vivendo a Torino, occupata in tutt'altre faccende.
In ogni caso non posso che essere favorevole al recupero della zona ex-fornace, sia per evitare il degrado che inevitabilmente comporta il suo abbandono (compreso il muro confinante con la proprieta' di mia zia, sempre sul punto di crollare), sia perche' ritengo che possa essere un sito di interesse 'storico' abbastanza notevole (ma cosa resta attualmente di cio' che esisteva?).

Grazie alla posta elettronica forse trovero' il tempo di mantenere i contatti con voi, o con chi attualmente si occupa della questione.

Per cominciare le invio un piccolo 'regalo', estratto dagli appunti di mio padre, il quale, essendo nato in via Garrone nel 1917, ebbe la fortuna di vivere la sua infanzia in quei luoghi.

Cordiali saluti,

Silvia Brezzi

 


primo appunto
....Facciamo dunque un passo indietro di quasi 200 anni ed arriviamo alla fine del XVIII secolo. A quel tempo la citta' di Novara era ancora racchiusa nella cerchia dei bastioni attorno ai quali vi erano solo prati e campi; il terreno sotto ai prati ed ai campi era pero' argilla di buona qualita', quindi adatta a fare mattoni e stoviglie di terracotta.
Come questo venne a conoscenza di tale Bottacchi Giobatta (o Botacco come indicato in certi documenti dell'epoca) non mi e' noto; e' invece noto, perche' scritto a pag. 14 del Catasto e libro dei Trasporti de' Beni di Seconda Stazione, o piano degli edifici in Novara e Camiano, che negli anni intorno al 1795 il Bottacco Giobatta costrui' su quei terreni una fornace e comincio' a produrre mattoni, coppi, tubi, stoviglie ed altri oggetti di terracotta.
Questo Bottacchi Giobatta era il nonno di mio nonno e il signore raffigurato nel medaglione sull'ingresso della casa di via Garrone dove ho abitato fino alla giovinezza e' suo figlio Teodosio......

secondo appunto
..... Per la strada privata Bottacchi che portava alla fornace, tutte le sere quando si faceva buio, passavano barboni di tutti i tipi, che andavano a dormire nei vani della fornace Hoffmann. Questa per sua stessa natura non si spegne mai, ma il calore si sposta ogni giorno da un forno al successivo e quindi puoi sempre trovare un ricovero della temperatura che piu' ti aggrada.
Li vedevamo passare, di qualcuno sapevamo anche il nome o il soprannome, ma ora li ho scordati. Erano vestiti in genere con lunghi pastrani e portavano borse e borsoni, ma una caratteristica li accomunava: il diffuso colore rossastro sui vestiti, dovuto alla polvere dei mattoni.......
..... Di giorno ci recavamo alla fornace anche noi ragazzi, di nascosto dai "capi", che ci avrebbero fatto filare. All'ingresso c'era un cancello che restava normalmente aperto, perche' passavano i carri ed i primi camion. C'era anche una portineria, ma i figli dei custodi erano nostri compagni di giochi, quindi si passava.
Ci si andava per organizzare qualche gioco in un posto diverso dal cortile, ma anche per osservare dai vetri dell'officina le
macchine che stampavano le tegole marsigliesi, trafilavano l'argilla come pasta delle tagliatelle, o formavano i coppi; per guardare gli operai che facevano i mattoni a mano; per scroccare qualche corsa sui vagonetti della "decauville", (ma questo era vietatissimo) ed infine per farsi dare dai lavoranti un po' di argilla ben impastata e morbida da
usare per attivita' scultoree.
Guai se ci vedeva il Cav. Teodosio Bottacchi, il "cugino ricco" di mia madre, figlio dello "zio Pipin", ....... guai soprattutto se avesse visto me, suo nipote in secondo grado e figlio dello stimato Ing. Brezzi,girare per la fornace mal vestito, con quella masnada di "ragazzacci".
Era un uomo che metteva soggezione: alto e dritto, sempre vestito di scuro, stimato dalla gente, temuto dai dipendenti. Lo vedevo passare davanti a casa nostra in macchina, con l'autista, assai raramente a piedi. Si racconta che, quando vedeva per terra un mattone perso da uno dei suoi carri, lo raccogliesse e lo riportasse in fornace......

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