3.4 - IPOTESI PROGETTUALI DI RIFUNZIONALIZZAZIONE

Con il termine rifunzionalizzazione si intende quel processo di ‘riuso del costruito’ che, attraverso un utilizzo compatibile, permette anche il recupero funzionale del monumento.
Se dunque Casa Bossi incarna in sé valori tali da poterne ipotizzare anche solo esclusivamente il ‘restauro per la conservazione’, si ritiene che un così grande patrimonio possa offrire opportunità maggiormente convincenti e possa essere oggetto di interventi ancora più efficaci e produttivi culturalmente.
Non si tratta di affrontare semplicisticamente il problema, ma di considerarne realisticamente l’intero processo.
Non si vogliono quindi escludere portati teorici di fondamentale importanza concettuale e pienamente condivisi, quanto piuttosto di trovarne l’effettiva reale possibilità di attuazione.
Non si rinuncia in partenza alle finalità di grande prestigio, individuando limiti meno ambiziosi, anzi si mettono a fuoco con maggior precisione obiettivi più calzanti e rigorosi, che possano concretamente essere raggiunti in toto, attraverso metodologie corrette e programmazioni strategicamente efficaci.

Le ipotesi di recupero funzionale che ci si accinge a formulare specificamente, forse peccano di presunzione, ma indubbiamente rappresentano un oggettivo contributo, definito e preciso, concreto ed attuabile, che possa effettivamente permettere di determinare le scelte fondamentali, indispensabili per garantire il futuro di un capolavoro antonelliano come Casa Bossi.

Alcune considerazioni preliminari.

La conservazione di un edificio molto difficilmente può prescindere dalla sua rifunzionalizzazione, dato che questa rappresenta la condizione fondamentale del suo uso, della sua frequentazione: se questo utilizzo è appropriato e compatibile, contemporaneamente ne garantisce il costante controllo, cioè la possibilità reale di mantenerlo in efficienza.

E’ nostra convinzione profonda ritenere che tutta l’architettura richieda, comunque, un appropriato e specifico programma di manutenzione che ne possa garantire l’effettiva conservazione.

Se l’architettura, per poterla tutelare, va salvaguardata con interventi di restauro che ne garantiscano la conservazione (in contrasto con la sua possibile imbalsamazione), significa che se ne vuole confermare la vita, quindi non la mera immagine, e con essa tutte le connotazioni di stratificazione storica che, la stessa esistenza in vita, determina.

Per un edificio, particolarmente nel caso con tipologia residenziale, mantenerlo in vita non può che significare abitarlo: non lasciarlo in disuso ed abbandonato, ma permettergli di vivere e di essere vissuto, possibilmente con una adeguata e sostenibile rifunzionalizzazione propria.

L’individuazione della funzione, della ‘destinazione d’uso’, richiede profonda conoscenza specifica del bene in tutti i suoi aspetti, ma anche considerazioni in ordine a valenze socio-economiche del contesto che ne identifica il significato storico ed il valore artistico.

La valutazione di un bene culturale del patrimonio architettonico deve prescindere dalle specifiche considerazioni di tipo esclusivamente economico e dai caratteri intrinseci del mercato finanziario, in quanto l’oggetto, fra l’altro, ha in sé un valore di unicità che non può essere valutato con parametri basati sulla relazione costi-ricavi, ma va indubbiamente inquadrato nel contesto, molto più ampio e complesso, che concerne la relazione costi-benefici.

Problematiche di carattere strettamente economico o di tipo prettamente politico-amministrativo non dovrebbero interferire nel merito delle decisioni, in termini impositivo-pregiudiziali tali da condizionare direttamente le scelte, che sono e devono rimanere ‘culturalmente architettoniche’ per scongiurare il ripetersi di … edifici adibiti ad usi pubblici non privi di forzature, oppure affatto usati (che è come dire destinati a una morte neppure troppo lenta). (v. Biancolini, 1987, cit.).

Si rimanda espressamente al saggio Casa Bossi prospettive per la conservazione e la destinazione d’uso di Luciano Re e Franco Rosso, pubblicato in: Museo Novarese, 1987, (op.cit.) che, per le ipotesi di seguito formulate, rappresenta un fondamentale caposaldo pienamente condiviso nello spirito e qui, ci si augura, armonicamente evoluto ed integrato nella determinazione delle proposte operative.

Quale destinazione d’uso?
Considerando tutti i diversi aspetti problematici affrontati finora nella trattazione e rimandando, da un lato alla complessità e dall’altro alla ricchezza, che nel loro insieme tali aspetti rappresentano, si ritiene congruo e pertinente ipotizzare per Casa Bossi una destinazione d’uso che può essere definita di tipo misto: questa risulta essere per diversi ordini di ragione, appropriata e compatibile, adeguata e sostenibile.

In questo quadro, sostanzialmente si prevedono tre differenziazioni che, rispettivamente, presentano diverse connotazioni qualitative, dimensionali ed evolutive, di specifica caratterizzazione:

l’alloggio per il custode e la portineria;
le residenze abitative e di accoglienza;
gli usi pubblici e/o di interesse culturale.

Casa Bossi è un edificio di tipo residenziale appositamente realizzato per un’utenza nobile che, in questo contesto, presenta caratteristiche particolari, uniche e significative.
Risulti quindi indiscutibilmente prioritario, addirittura assiomatico, mantenere leggibile l’originaria destinazione d’uso.
Altrettanto evidente è il fatto che l’organizzazione generale dell’edificio è unica nella sua raffinatissima strutturazione.
Ad esempio la grandissima varietà di taglio degli appartamenti, come l’eccezionale possibilità di collegamenti e disimpegno, o la funzionalità molteplice degli spazi, offrono opportunità di riuso degli stessi, con una reale possibilità di rifunzionalizzazione che, con proprietà ed elevata compatibilità, ne esalterebbero l’originaria essenza, valorizzandone l’eccezionale qualità architettonica complessiva.
Si pensi agli appartamenti nobili dei piani terreno e primo ed alle loro caratteristiche auliche e di rappresentanza, ma anche agli alloggi da affitto dei piani superiori o delle ali, che presentano metrature e caratteristiche veramente molto varie, od ancora tutta la serie di altri vani ed ambienti pertinenti l’intera struttura, un tempo utilizzati dalla servitù od adibiti a diverse attività accessorie.
Bene: si ritiene possa esistere una corrispondenza biunivoca tra qualità e consistenza degli spazi storici originari e la proposta di rifunzionalizzazione mista ipotizzata.

 

L’alloggio del custode e la portineria assumono un’importanza fondamentale, connettiva e strategica.
Si ritiene determinante individuare l’inserimento di queste specifiche destinazioni d’uso funzionali (peraltro già presenti, seppur in forme diverse, durante tutto il corso della vera vita dell’edificio), e di non considerarle minori o semplicisticamente come, ad una prima superficiale analisi, potrebbero apparire.
Infatti oltre ad innegabili aspetti di praticità ed opportunità diverse (lavorative, occupazionali o di servizio, anche legate alle residenze ‘speciali’ in seguito meglio specificate), il controllo costante e la presenza continuativa rappresentano gli elementi fondamentali per permettere ad esempio, da un lato di intervenire tempestivamente garantendo una manutenzione efficace, dall’altro di favorire comunque la memoria e la storicizzazione del bene.

 

Relativamente alle residenze abitative e di accoglienza si ipotizza di individuare diverse possibilità di configurazione delle stesse, come peraltro succedeva anticamente grazie alla vocazione originaria dell’edificio.
Gli alloggi avranno caratteristiche e prestazioni diverse tra loro e varie per consistenza fisica, qualità tipologica, possibilità di gestione, utilizzo, durata, ecc., e saranno evidentemente condizionati in modo differenziato, con limiti e vincoli, anche di responsabilizzazione, precisamente definiti.
Si ipotizza la possibilità di inserimento di:

alloggi di tipo tradizionale (di varia metratura ed ubicazione);
appartamenti di rappresentanza (si pensi a quante utenze di questa qualità possano esistere a Novara considerando anche solo chi occupa, nel contesto cittadino, cariche a tempo determinato o soggette a repentini cambi di domicilio, (quali ad esempio, Prefetto, Procuratore della Repubblica, Pretore, Capo di Stato Maggiore, Funzionari, Rettori, Dirigenti diversi, ecc.);
locali di ‘accoglienza’ arredati, in alternativa alla tradizionale ricettività alberghie-ra, dove poter ospitare a cura della Municipalità, i diversi illustri personaggi di passaggio, in visita ufficiale od invitati in occasioni di particolari importanti avvenimenti cittadini (cerimonie, inaugurazioni, convegni, spettacoli, manifestazioni, ecc.);
locali ad uso foresteria, ammobiliati e non, utili per particolari casi con esigenze di soggiorno temporaneo e/o determinato, (ad esempio, docenti, ricercatori, conferenzieri, consulenti, artisti, ecc.).

 

Per quanto riguarda la terza individuazione funzionale, gli usi pubblici e/o di interesse culturale, si vuole espressamente aprire ed allargare la fruizione di Casa Bossi, che ricordiamo è di proprietà comunale, anche ad un uso con connotazioni specifiche di interesse prettamente pubblico, seppur limitato e precisamente circoscritto, per favorirne una caratterizzazione realmente disponibile, di concreta produzione culturale sul territorio.
Anche il Programma di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile del Territorio (PRUSST) inserisce in un contesto simile (Ambito 8: Cultura-recupero del centro storico) la proposta 8.11, peraltro ancora molto vaga e generale, specificamente dedicata al “recupero di Casa Bossi con la formazione di un Centro Culturale per la città”.
L’uso di tipo pubblico qui proposto risulta invece necessariamente limitato e controllato, ma qualitativamente molto significativo.
Tre sostanzialmente sono i diversi ambiti che si propongono in questo contesto, sinteticamente riassumibili in:

allestimenti espositivi;
attività di pubblico interesse;
sedi decentrate.

Queste individualità, con le altre meglio precisate in seguito, permetterebbero contemporaneamente l’inserimento di altre funzioni compatibilmente autonome (ad esempio ‘spazi di rappresentanza municipale’ e di ‘visita al monumento antonelliano’) che integrerebbero le diverse componenti previste, correlandole al contesto e permettendone la precisa percezione di ‘contenuti attraversanti il monumento’.

In particolare:

Più che sede museale specifica e/o con caratteristiche di stabilità, si pensa alle varie opportunità diversamente offerte dagli allestimenti espositivi temporanei o tematici, di notevole importanza e grande richiamo turistico e di visitatori che, diversamente dai numerosi esempi proposti anche da piccole cittadine della provincia, Novara non può permettersi di ospitare se non presso la Sala Arengaria del Broletto, ma con tutti gli evidenti enormi limiti e ristrettezze che attualmente, questo unico spazio del genere, purtroppo denuncia.

Relativamente alle attività di pubblico interesse si pensa ad esempio alla localizzazione decorosa dell’ufficio per il Difensore Civico che, finora, non ha trovato stabilità propria. Contemporaneamente alle sedi per alcune Associazioni culturali di ricerca e documentazione, od Enti di prestigio e grande valore non solo locale che, spesso, risultano essere confinati in localizzazioni marginali, scomode o di non adeguata dignità.

Il terzo, ma non ultimo ambito individuato in questo contesto, che si pone ad integrazione e supporto degli altri precedentemente ipotizzati, riguarda l’utilizzo di locali da adibire ad archivi specifici e depositi speciali, a sale di studio e consultazione che assumerebbero connotazioni di sedi decentrate qualora dipendessero da istituzioni non presenti in loco, o specifici accessori pertinenti alle diverse funzioni già individuate. Si pensi ad esempio, per considerare solo le eventuali attività presenti, alle esigenze di archiviazioni facilmente disponibili per gli enti storici prima ricordati, od alla necessità di spazi di supporto (didattico, amministrativo, di deposito, ecc.) relativamente alle manifestazioni espositive sopraccennate.

Ad integrazione dei tre ambiti evidenziati si pone poi l’irrinunciabile esigenza di considerare adeguatamente la valorizzazione dei due saloni aulici del piano terreno, che direttamente permettono l’affaccio sulla loggia del pronao di facciata collegandone il giardino antistante, e che rappresentano emblematicamente il vero cuore del palazzo nobiliare ottocentesco.
Tali particolari recuperi …possono essere costituiti anche autonomamente (sebbene inseriti nel percorso di visita del monumento) come locali di rappresentanza, a disposizione del Comune e di altri Enti novaresi (che si può auspicare non estranei a quest’impresa di grande prestigio per la città); e comunque - anche per la loro agevole messa a norma di sicurezza - possono essere usati per conferenze, mostre temporanee, audizioni musicali. (v. Re-Rosso, 1987, op.cit., pp.572-573).

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