3.3 - IL RIUSO

Il recupero di un edificio storico è, per sua natura, intrinsecamente molto complesso.
Le problematiche da affrontare sono molteplici e di vario ordine.
Quantitativamente numerosi e qualitativamente molti diversificati risultano essere i diversi elementi che è necessario considerare con attenzione e scrupolosamente, in fase di elaborazione progettuale.
E’ indispensabile operare con metodologie corrette e rigorosa onestà intellettuale: è importante utilizzare tecnologie aggiornate, ma adottare solo tecniche appropriate, è necessario sfruttare tutte le competenze scientifiche più approfondite ed evolute, ma altrettanto importante evitare di trascurare gli aspetti ‘minori’, quelli inizialmente ritenuti secondari o valutati troppo semplicisticamente. Questi ultimi infatti devono invece essere opportunamente considerati nel contesto generale del progetto di recupero ed addirittura essere sfruttati come input sostanziale.
Compito fondamentale del progetto sarà quindi quello di riuscire a controllare il quadro complessivo generale come il dato singolo particolare, indifferentemente con la stessa ottica di ‘grande sensibilità architettonica’.
Non ci si può permettere di tralasciare, o trattare con minor attenzione, alcunché: neanche uno solo, di tutto quel sistema di elementi ‘labili’, complicati e di difficile non oggettiva quantificazione, che il recupero di un monumento di questo valore impone assolutamente.

Nel caso di “Casa Bossi” i diversi problemi da affrontare risultano ulteriormente amplificati e di particolare onerosità.
Si pensi soltanto alle notevolissime dimensioni della costruzione od alla specifica e particolare destinazione d’uso originaria ed alla necessità di conservare le sue caratteristiche architettoniche, ma non solo quelle, consentendo, in questo contesto, l’adeguamento delle strutture alle diverse problematiche impiantistiche, relative alle normative in materia di sicurezza, prevenzione, accessibilità, ecc.

Già in un’intervista del febbraio 1993 pubblicata su “Novara più, Periodico mensile della Provincia” l’architetto Vittorio Gregotti rilasciava, alla domanda Qual è l’intervento che lei giudica indispensabile ma che invece non è stato mai fatto a Novara? un’autorevole dichiarazione: Quello su Casa Bossi. E’ un’assenza che non perdono, perché si tratta di un edificio magnifico che è stato completamente abbandonato e lasciato cadere in rovina. E’ assolutamente necessario fare qualcosa: rimetterla in sesto, studiarla, farla conoscere, magari così com’è, vuota e abbandonata, ma non è possibile lasciarla in queste condizioni; Novara ha uno dei più bei palazzi patrizi e non gli dedica neppure un’occhiata. E’ incredibile.
Gli stessi concetti furono ripubblicati dal quotidiano La Stampa del 10/3/’93 in cui l’architetto Vittorio Gregotti così ribadiva: E’ inconcepibile che Novara abbia abbandonato in questo modo uno dei suoi palazzi più belli: occorre recuperarlo a tutti i costi, magari anche così com’è, ma bisogna che la città si prenda a cuore la fine di questo scempio.

Le più aggiornate, attuali ed autorevoli posizioni, che emergono dal dibattito culturale sui temi della tutela e restauro dei monumenti e le più recenti tendenze sul ‘futuro della conservazione’, risultano essere sempre più rivolte a prospettare con decisione l’ipotesi della ‘conservazione per la conservazione’.
In proposito si è infatti espresso recentemente proprio il Soprintendente per i Beni Architettonici del Piemonte architetto Pasquale Bruno Malara che, intervenendo il giorno 24 febbraio 2001 al Convegno organizzato dal Comune di Novara “La Cupola di San Gaudenzio: la sua storia, lo stato odierno, un monitoraggio molto complesso”, con una specifica relazione dal titolo “Il ruolo della Soprintendenza nella salvaguardia dei monumenti”, sottolineava come alcune tipologie architettoniche oggi non più attuali o funzionalmente desuete, rappresentino sempre più spesso l’esempio di beni tenuti e tutelati dalla comunità esclusivamente per la loro conservazione.

Nonostante queste autorevoli, importanti e significative testimonianze, si ritiene che la modalità più efficace per recuperare un’architettura sia quella di riusarla, evidentemente salvaguardandone l’integrità nel modo più completo possibile, ma cercando di farla rivivere nuovamente, assegnandole compiti funzionali propri, più aggiornati, ma compatibili e pertinenti.

Il problema fondamentale di Casa Bossi riguarda quindi la sua salvaguardia e tutela: è necessario un restauro per la conservazione, ma si ritiene che possa essere fatto anche molto di più.

Nel corso degli ultimi ventidue anni, abbiamo assistito ad un variegato dibattito in-centrato sul futuro di Casa Bossi e raccolto metodicamente tale ‘produzione di idee’. Una cospicua parte della stessa può essere direttamente consultata attingendone gli estremi identificativi nel paragrafo 1.3 - Repertorio stampa, ma le idee non si limitano solo a quanto raccolto nella rassegna citata
Le diverse proposte nel tempo avanzate risultano essere le più varie e fantasiose, mentre provengono da soggetti molti differenti tra loro per natura, qualità e posizione.
Una casistica di questo tipo potrebbe risultare di per sé culturalmente stimolante ed operativamente produttiva, almeno considerandone l’aspetto quantitativo e la notevole diversità contestuale dei vari contributi, ma purtroppo non si rivela tale.
Le proposte di possibile utilizzo ipotizzate per Casa Bossi vanno dalla “casa della cultura” alla “sede per 250 associazioni”, dall’individuazione come “casa parcheggio” alla sede per “servizi socio-assistenziali” non meglio precisati, dall’ipotesi di “alloggi di edilizia economico-popolare” alla “lottizzazione per residenze d’elité”, dalla “vendita ai privati” alla “cessione in comodato”, dall’insediamento “bibliotecario”, “museale”, “espositivo”, “di rappresentanza”, a sede per “Enti od Uffici di prestigio”, a “Palazzo Grassi-Beaubourg novarese”, ecc. culminando con la risolutiva destinazione ideale a “Grand Hotel”!
La gamma dei soggetti proponenti spazia invece dai privati cittadini che, stufi di prendere atto della vergognosa incuria e progressiva rovina del bene, lanciano ingenue ed estemporanee idee in proposito, alle diverse associazioni culturali, assistenziali, di servizio o professionali che, in modo variamente strutturato e documentato ipotizzano coinvolgenti e stimolanti scenari, possibili - forse - solo in ambiti profondamente diversi da questo.
Non mancano però, ed anzi spiccano ciclicamente, appassionate quanto strumentali proposte ‘dettate’ da politici, amministratori e funzionari superiori che purtroppo, anche se forse in buona fede, alimentano vagamente una questione già molto confusa e disordinata fin dalla sua gestazione.

Il problema della destinazione d’uso di Casa Bossi per il suo possibile riuso, così come quello di ogni bene architettonico da recuperare salvaguardandone la conservazione, è invece molto semplice, almeno metodologicamente e nella definizione della sua essenza: è l’oggetto che definisce il progetto e non viceversa.
E’ necessario infatti iniziare dalla conoscenza dell’architettura per progettare la sua rifunzionalizzazione compatibile, si deve essenzialmente scegliere ed adattare la nuova funzione al monumento e non ipotizzarne un utilizzo a priori, bisogna partire da Casa Bossi per arrivare alla sua futura destinazione e non viceversa!

In questo quadro si ritiene che debba essere impostato il problema dell’individuazione dei possibili nuovi usi di questa architettura che, nella sua straordinaria ed eccezionale innovazione costruttivo-tipologica presenta in nuce virtualità tali da lasciar intuire e prefigurare notevoli ipotesi di sviluppo futuro.
Se infatti un vero restauro deve permettere di far rivivere confermando, l’identità dell’edificio, Casa Bossi non può non essere letta come Antonelli l’aveva voluta:

da un lato dichiarazione manifesta, chiara, aperta e consapevole dell’intima essenza strutturale interna (si vedano a titolo esemplificativo i prospetti, come rigorosa reale proiezione in superficie dell’impianto ed il sistema della decorazione come sua logica biunivoca conseguenza),

dall’altro esemplare e significativo modello di avanzatissima abitabilità, di nuova e moderna adattabilità degli alloggi e di coerente, spregiudicata, ma concreta, innovazione economico-sociale-abitativa.

Antonelli, per dirla con una battuta, oggi approverebbe la naturale evoluzione della sua creatura, non fosse altro che per veder dimostrata e riconosciuta la validità del suo ‘sistema’ e confermato il suo ‘metodo’ di geniali scelte d’assoluta avanguardia.

D’altra parte non esistono, ancora e per fortuna, tecniche tali da garantire che il risultato del restauro mantenga i suoi esiti conclusivi immutabilmente per sempre, senza ‘invecchiare’ fisicamente-ideologicamente e senza che possa anch’esso denunciare, nel tempo, la sua storicità.

“ …fatalmente nessun processo si arresta (…). Quindi il conservare non significa immobilizzare definitivamente lo stato di un’opera, ma significa (…) modificare la struttura dei processi che portano l’opera al degrado. Per giungere a questo esito, e cioè per modificare in modo positivo (…) non soltanto i processi naturali, ma le varie azioni della nostra condizione vitale che afferiscono in modo diretto o indiretto alla sussistenza e alla condizione dell’opera, è necessario progettare un orientamento: operazione che va più in là del semplice fatto tecnico e richiede un criticismo rigoroso ed un’ampiezza contestuale”. (Cfr. V.Pastor, Innovazione ‘versus’ conservazione, in: Paolo Marconi, Il progetto di restauro interpretazione critica del testo architettonico, Trento 1988, a cura di N.Pirazzoli).

 

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