3.2 - PROBLEMI DI CONSERVAZIONE

L’architetto Franco Rosso, massimo esperto antonellista e storico dell’architettura di riconosciuto quanto elevato spessore scientifico, intervenendo al Convegno “Monumenti ed ambienti tra rifacimento e restauro: il caso di casa Bossi e altre storie” del 27 giugno 2000, così si esprimeva in proposito: …tutte le caratteristiche che ne fanno, vorrei insistere su questo fatto, non un bell’edificio, bello per i novaresi o per i piemontesi, ma una delle grandi realizzazioni nel campo delle architetture di abitazione dell’ottocento europeo, allo stesso modo in cui la Cupola di San Gaudenzio non è una singolarità, una bizzarria novarese o piemontese, ma è un edificio straordinario all’interno dell’architettura più avanzata del diciannovesimo secolo, non è un fatto che riguarda solo i novaresi, i piemontesi, ma riguarda il mondo colto, gli studiosi, i cultori dell’architettura, di oggi, ma anche quelli che verranno dopo di noi, che hanno il diritto di trovare questi edifici non sconciati o stravolti da degli incapaci, ma invece conservati con tutto lo scrupolo che loro richiedono.

Già tredici anni prima, nel suo saggio Restauro e riuso: linee teoriche e possibilità operative, (v. AA.VV., Museo Novarese, 1987), l’architetto Daniela Biancolini Fea, (allora responsabile per la zona novarese della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Ambientali del Piemonte), interveniva sulle problematiche del restauro di edifici storici e …sul loro futuro, visto e interpretato in chiave di conservazione e tutela…, sottolineando, in specifico riferimento all’analisi condotta sull’edificio dagli architetti Luciano Re e Franco Rosso pubblicata sullo stesso volume, come per quell’architettura venisse riproposto …coraggiosamente l’uso di abitazione, l’unico che possa consentire a un tempo la corretta lettura del fabbricato nelle sue valenze tipologiche e strutturali, impedendo quegli interventi che anche con fini di consolidamento snaturerebbero di fatto questo capolavoro di architettura residenziale.

Nel medesimo intervento, particolarmente significative nel contesto del presente lavoro, appaiono due riflessioni finali che testualmente si riportano: …ove la logica politico-economica sovrasta le esigenze di conservazione, ecco il monumento diventare nulla più che aulico fondale per le esercitazioni professionali di coloro i quali confondono, in buona ma più spesso in cattiva fede, restauro con progettazione tout court.
Ed ancora …La ricerca della conoscenza estesa a tutti i livelli - storica, statica, conservativa - degli edifici è l’unico metodo praticabile per il raggiungimento del difficile equilibrio tra passato e presente, tra storia e restauro.

Prima di richiamare altri autorevoli contributi sullo specifico tema dell’antonelliana Casa Bossi, sembra opportuno inquadrare la problematica del restauro e della conservazione in termini un po’ più generali, ‘filosofici’ e ‘metodologici’, evidentemente al semplice scopo di chiarire l’impostazione di base ed i presupposti di partenza assunti come guida, ispiratrice e regolatrice, delle ipotesi e programmi più avanti formulati nei successivi paragrafi, dove la trattazione affronta i temi progettuali ed il riuso.

Appare quindi opportuno sottolineare come l’intervento progettuale di restauro si ritenga debba essere inquadrato in un approccio all’architettura “dalla parte dell’esistente”.
Conservazione dell’esistente intesa naturalmente dal punto di vista fisico, ma assolutamente non disgiunta dal suo aspetto semantico, inteso nell’accezione di valore e risorsa che si esplica attraverso il riconoscimento e la tutela dei diversi significati estetici, storici, culturali e scientifici del bene.

Nell’analisi e nella diagnostica, come nelle scelte progettuali, la conoscenza degli antichi metodi d’intervento e delle tecniche costruttive storiche, contestuali alla realizzazione dell’opera, rappresentano uno strumento necessario ed indispensabile per poter operare correttamente: a maggior ragione nello specifico caso dove, il ‘sistema antonelliano’, è in sé, un elemento prezioso ed unico per molti aspetti.
Vanno quindi attentamente ricercati e ricostruiti i diversi elementi conoscitivi provenienti da tutte le fonti archivistiche, dalle documentazioni bibliografiche, iconografiche e testimoniali, ma contemporaneamente non devono essere trascurate anche le importanti implicazioni culturali derivanti dalla trattatistica-manualistica storica e dalla tradizione locale: la vera conservazione reclama anche questo.

La storia del Restauro, dalla ‘conservazione dell’antico’ al fondamentale dibattito innescato dalle differenti posizioni di Eugène-Emmanuel Viollet-le-Duc e John Ruskin, dalle esperienze e teorie dell’ottocento italiano (Camillo Boito, Alfredo D’Andrade, Luca Beltrami, Edoardo Arborio Mella, ecc.) si è evoluta progressivamente fino a configurare il passaggio dal restauro alla conservazione.
Così le problematiche dell’intervento sull’esistente risultano straordinariamente complessificate: non solo sulla base delle notevoli esperienze accumulate o dell’evoluzione delle diverse posizioni teoretiche, quanto piuttosto per un generale e sempre più maturo approccio, sintetizzato dall’estensione del concetto di monumento in quello di bene culturale e da tutto quello che questa nuova concezione comporta: si pensi ad esempio all’allargamento dell’attenzione, dal singolo oggetto al suo contesto ed alla complessità storica del territorio.
Anche da questo importante passo scaturisce la consapevolezza della specificità del restauro come progetto di conservazione, definibile come “complesso delle strategie e degli interventi utili a garantire il mantenimento in efficienza dello stato di consistenza raggiunto dal manufatto, come elogio della diversità anziché dell’analogia, come rispetto dello stratificato e dei segni del tempo”, (v. Marco Dezzi Bardeschi, La nuova conservazione e il destino dell’esistente, in: Paolo Torsello, La materia del restauro, Padova 1988, pp.7 e sgg.).

Risulta a questo punto opportuno ricordare come sia indispensabile, in ogni occasione di intervento sull’esistente, ribadire il rigoroso rispetto della Carta del Restauro 1972, che mantiene tutta la sua validità normativa e rappresenta ancora oggi la base da cui sono scaturite le ultime più aggiornate ed attuali esperienze.

Se la ragione prima del restauro di un edificio e del suo recupero è rappresentata dal riconoscere e confermare l’identità del bene, appare ovvio come l’applicazione di un’adeguata e rigorosa metodologia di conservazione sia necessaria ed indispensabile.
Così, le particolarità tecniche delle metodologie d’intervento sul patrimonio esistente, risultano esser sempre più spesso individuabili in una sommatoria di competenze interdisciplinari diverse che, peraltro, si dovrebbero necessariamente far confluire in un’unica ‘supervisione architettonica’ del progetto, supportata da una oggettiva e riconosciuta ‘sensibilità culturale’, magari specifica, del bene. Una mente che sia in grado di prefigurare il senso del risultato che deve essere perseguito deve esistere (…) per realizzare un progetto che non tradisca i dati dell’identità storica e culturale dell’edificio o del monumento antico cui si rivolge. (v. Michele Cordaro, 1986).

In questo contesto il progetto rappresenterà la procedura più appropriata per dimostrare come non ci possa essere vero restauro architettonico senza il raggiungimento di una reale funzionalità compatibile.
Questa dovrà essere intesa, evidentemente, non nella mera riduzione alla semplice verifica di equazioni statiche, al banale soddisfacimento di rapporti spazio-volumetrici, al freddo rispetto delle incondizionate normative od al raggiungimento della perfetta efficienza funzionale-distributiva che, in sé, non rappresentano altro se non quanto di più elementare, scontato, ovvio e dovuto.
E’ fondamentale invece andare ben oltre e conservare, senza illudersi che qualsiasi intervento o qualsivoglia adeguamento sia comunque reversibile: risulta necessario riaffermare nel progetto, con grande decisione e responsabilità, che l’architettura, in tutto il suo complesso insieme, resti il valore primo fondamentale, “attraversato dai contenuti”, in tutto l’arco della sua esistenza.

Casa Bossi, come tutte le architetture, non è importante solo per se stessa, non è soltanto il magnifico edificio che possiamo ammirare: rappresenta l’incarnazione di un insieme straordinario di valori che il messaggio dell’architettura ha, comunica e può trasmettere.
In questo edificio eccezionale, ogni singola entità diventa un emblematico strumento di trasmissione, particolarmente amplificata, di qualità e valori: i diversi materiali impiegati con raffinata maestria, le tecniche costruttive adottate con competente innovazione, le risoluzioni distributive geniali, l’impianto strutturale ardito, ed anche le decorazioni, gli elementi di finitura, le pavimentazioni, i serramenti, le carpenterie, la ferramenta, i dettagli, i particolari più minuti, tutto è entusiasmante e si rivela un patrimonio meraviglioso.

In occasione del Convegno già citato ad inizio paragrafo, l’architetto Luciano Re, docente di Restauro dei monumenti alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, in proposito sostenne …è necessario attuare un progetto di conservazione: ogni piccola parte del monumento porta un messaggio. C’è il grande disegno, che è quello che porta il grande pensiero, la tensione dell’architettura, ma questa la si riscontra anche nei dettagli (dal gioco dei pavimenti all’ultimo chiodo, come nel più piccolo meccanismo di uno scrocchetto di chiusura d’un serramento).
Il problema centrale è quindi quello di conservare gli edifici in tutto il loro spessore, non soltanto nell’immagine, non certo attraverso la riproduzione, per fedele che sia, bensì attraverso la salvaguardia delle parti autentiche … non bisogna buttar via niente … è un patrimonio che si continua a non conoscere, a sottostimare, …perdere queste cose vuol dire impoverirsi tutti … questi edifici sono ammaestramento per il ben costruire e li dobbiamo conservare perché abbiamo tutto da imparare da loro, … sono la vera continuità … dobbiamo stare molto attenti perché abbiamo già sperperato talmente tanto …

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